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Il nostro viaggio verso i monasteri buddisti ci porta nel cuore della regione del Kham, il Tibet orientale, e nelle sue montagne sacre. Percorriamo la strada tra le località di Danba e Bamei per visitare il monastero di Huiyuan. Il tempio si trova nella cittadina di Xiede, all'interno di una piccola conca montuosa, a un'altitudine di 3600 metri.

Il Monastero di Huiyuan è immerso in un paesaggio incantevole con ampie praterie e villaggi tibetani.

Il Monastero di Huiyuan, fondato nel 1729, è storicamente significativo perché vi fu rifugiato il VII Dalai Lama, per volere dell'imperatore Yongzheng della dinastia Qing, che qui trascorse sette anni.

Il Monastero di Huiyuan, uno splendido complesso con tipici tetti rossi e pareti gialle.

Il Monastero di Huiyuan. La statua del Leone delle Nevi, un animale mitologico simbolo sacro del Tibet, si trova spesso all'ingresso dei templi.

La nostra prossima tappa è in direzione di Tagong, che in tibetano significa "il luogo prediletto del Buddha". Si trova lungo il percorso Sichuan -Tibet, la strada è molto suggestiva, scendiamo e saliamo continuamente, passiamo pascoli di yak, gompa e laghetti.

Un’area di sosta, sulla strada in direzione di Tagong. I tibetani si ingegnano nel vendere ai pochi turisti i prodotti locali, come il saporito yogurt di latte di yak.

La preparazione degli squisiti arrosticini di Yak, dalla carne tenera, morbida e gustosa.

Sul nostro tragitto incontriamo antichi centri di spiritualità e vaste praterie. Qui comprendi che il sacro è parte integrante del paesaggio.
Arriviamo all'antico Monastero di Lhagang, un piccolo gioiello che si trova a un’altitudine di 3.700 metri sul livello del mare.

Costruito nel VII secolo d.C., il Monastero di Lhagang è composto da tre templi principali, attorno ad un cortile centrale.

Il Monastero di Lhagang con i suoi tetti dorati sporgenti. Le coperture sono in stile a pagoda con tegole dorate, dalla forte influenza con l'architettura Han.

A circa 10 km a nord di Tagong, in lontananza svetta il rosso Monastero femminile di Anigongma. Isolato e arroccato sopra la valle, noto per la sua dimensione, il monastero accoglie centinaia di monache buddiste.

Dall’altra parte del Anigongma sorge il villaggio di Gerima, famoso per le sue casette rosse e colorate, arroccate sulle colline.

Il villaggio di Gerima è un'oasi spirituale tibetana dove centinaia di monache vivono in piccole casette fatte di mattoni e legno, con tetti in lamiera. Si ha l'impressione di avere davanti un villaggio lillipuzziano.

Proseguiamo il nostro percorso. Dalla strada principale si imbocca una via secondaria che si inerpica, tra le colline e le praterie, fino al villaggio di Guima. Qui visitiamo il Monastero Mu Ya Da.

Il Monastero Mu Ya Da. L'intero complesso del tempio è molto grande. Alle sue spalle svettano le cime innevate del Monte Yala e davanti a noi si apre una vasta prateria.

Il Monastero Mu Ya Da, costruito ad un'altitudine di oltre 3.600 metri. In primo piano uno stupa dorato e sullo sfondo l'edificio principale del monastero, costruito in perfetto stile tibetano.

Il vasto cortile del Monastero Mu Ya Da. Nel complesso ci sono numerosi stupa bianchi, alcuni dei quali raffigurano gli "occhi del Buddha".

All'esterno del Monastero Mu Ya Da, leoni di marmo bianco, in dimensioni reali, con una sfera dorata tra le fauci. La sfera rappresenta il controllo della forza selvaggia dell'animale, che viene addomesticato dalla saggezza del buddismo.

Al Monastero Mu Ya Da, il lungo corridoio, decorato con colonne in legno scuro, conduce alla grande statua dorata del Buddha.

Il Monastero Mu Ya Da, con i suoi 400 stupa bianchi.

Una stretta strada sterrata ci porta all'ultima tappa del nostro itinerario tra i monasteri buddisti. Arriviamo a Hepingfahui che si trova nella contea chiamata Shiqu in cinese. Collocata al confine tra Sichuan, Qinghai e Tibet, qui la strada sembra terminare a ridosso di una collina, costeggiando un tempio atipico: il Grande Muro di Mani di Hepingfahui.

Di fronte a noi e tutto intorno c'è il Grande Muro di Mani, stagliato su un cielo color cobalto. Questo incredibile sito buddista è una colossale struttura a labirinto, alta circa 10 metri, costruita su milioni di pietre. Le pile di pietre Mani rappresentano un'altra forma di preghiera nel buddismo tibetano. Alcune di queste pile presentano pietre incise, altre no. Qui si trova la seconda più grande pila di pietre Mani del Tibet orientale. Nel corso degli anni, le pietre sono state accumulate a mano da devoti buddisti locali.

Questo luogo sacro è diverso da ogni altro, infatti è circondato dall'imponente struttura del "Grande Muro Mani". Il termine "Muro Mani" si riferisce a una grande barriera costruita impilando pietre, lastre e blocchi su cui sono stati incisi o dipinti mantra buddisti e figure di divinità. Ogni pietra è diversa dall'altra.

Il piccolo Stupa collocato sulla sommità del Grande Muro Mani. Il nome Hepingfahui deriva dalla lingua cinese e significa letteralmente "Assemblea del Dharma della Pace". Costruire il muro o aggiungere una pietra genera meriti spirituali, porta pace e purifica il karma.

Alle estremità del Muro Mani è ospitata una grande struttura caratterizzata da una lunga fila di grandi ruote di preghiera dorate, note come "Mani Wheels", che i pellegrini girano per recitare preghiere.

Il pellegrinaggio in questi luoghi è rigorosamente a sinistra: si gira sempre attorno ai muri tenendoli alla propria destra, camminando quindi in senso orario.

Hepingfahui si trova in una zona remota della regione di Tagong ed è fuori dai circuiti del turismo più frequentati. Per questo conserva ancora un'atmosfera molto autentica, lontana dalla folla: l’isolamento è reale, lontano dalla confusione delle metropoli e a stretto contatto con la natura.

All'estremità destra del Grande Muro, posizionato alle spalle del monte sacro Yala, è collocato il monastero, caratterizzato da una distintiva architettura tibetana con tetti dorati.

Le ruote di preghiera vengono girate rigorosamente in senso orario. All'interno di ogni cilindro si trovano rotoli di carta impressi con migliaia di mantra stampati. Ogni giro completo emana nell'ambiente tutti i mantra contenuti nel cilindro, rilasciando energia spirituale che porta pace nel mondo.

In questa zona remota della regione di Tagong sussiste ancora la pratica della "sepoltura celeste", Jhator in tibetano, un rito funebre diffuso in Tibet. Il corpo del defunto viene smembrato, le ossa polverizzate e mescolate con farina d'orzo per attirare gli avvoltoi e fare in modo che non rimanga nulla, simboleggiando la liberazione completa dai legami terreni. La pratica si basa sull'insegnamento dell'impermanenza, che aiuta a vincere l'attaccamento materiale e simboleggia il Saṃsāra, il continuo ciclo di nascita, morte e rinascita.
